domenica 19 agosto 2012

Sulle Vette Feltrine

L'altro ieri, venerdì 17 agosto, verso le cinque e mezza di pomeriggio, dopo 296 km di treno, 80 km di strade statali, 11 km di sterrato, 5 ore di sentiero e una cima mancata, insieme alla nostra squadra composta da un parmigiano che vuol diventare trentino, una trentina che vuol diventare parmigiana e una coppia di montanari ferraresi, mettevo piede nel rifugio Dal Piaz, sulle vette feltrine.

La storia comincia prima, naturalmente, ma mi limiterò a farla partire da quando ci siamo trovati sopra la diga di Pontet, sul fondo della Val Cismon. Siamo stati avvertiti che ci aspettava una "strada bianca lunga e stretta, a picco e senza parapetto", e l'avvertimento è stato fin troppo blando: la strada che porta al rifugio Vederna sono quaranta minuti di tornanti intagliati nelle pareti a picco sulla valle, e a darti il benvenuto un cartello con scritto "Strada non collaudata - liberamente percorribile a vostro rischio".

Usciti indenni da questa prima sfida - a parte un po' di strizza - e lasciate le macchine al rifugio Vederna, ci siamo incamminati verso la nostra meta che ci sovrastava di mille metri: il monte Pavione.
Tutto bene per il primo tratto di bosco fino ad una malga, i problemi sono cominciati invece nella lunga salita tra bosco e roccette verso il Passo del Pavione, quando il cardiofrequenzimetro ha cominciato a suonare, avvisandomi che forse stavo proponendo una prova un tantino esagerata ad un cuore che sta ancora imparando a convivere con una valvola meccanica... Tra scorpacciate di lamponi e mirtilli e attacchi di formiche, comunque, il passo è stato raggiunto, e con lui una doverosa sosta-cioccolato.

Aiutato forse anche dall'infausta data, il destino ha voluto che la cima rimanesse nell'elenco delle cose da fare: poche decine di metri dopo il passo, accorgendomi che avrei fatto una magra figura ad un gran premio delle chiocciole (e senza nemmeno la scusa della casa sulle spalle) ho desistito con un "Salutatemi la vetta!". Chapeau ai miei compagni che, invece di completare l'escursione, hanno deciso di farmi compagnia sul sentiero basso che tagliava verso il rifugio.
Sentiero che si è rivelato custodire meraviglie come panorami mozzafiato su valli verdeggianti spalancate sull'abisso, coloratissime fioriture di aconito ed eufrasia e un gregge di pecore alpiniste (nel senso che, nonostante gli sforzi del pastore per farle scendere, hanno passato la notte arrampicate su di un ghiaione pressoché verticale).
Giunti al rifugio abbiamo ritrovato segni di civiltà: runner arrivati fin lì di corsa, gente con il parapendio che si lanciava verso casa, e soprattutto terrificanti famigliole con bambini.

Forse perché sorge in un angolo di dolomiti pressoché sconosciuto dalla maggior parte dei turisti, il piccolo rifugio Dal Piaz, invece che essere una chiassosa piazza gestita da un plotone di rifugisti sull'orlo di una crisi di nervi, è un piccolo baitino accogliente tappezzato di foto da tutto il mondo e disegni dei bambini; così dopo la zuppa e le "torte di Anna" abbiamo allietato la serata (sinonimo di "rotto allegramente le scatole") appropriandoci della chitarra del rifugio e tentando di suonare canzoni "sotto dettatura"...
La mattina dopo, baci e abbracci: la compagnia si divide, i ferraresi si lanciano in una lunga traversata verso un lontano rifugio di nome Boz, mentre io e il mio angelo custode alias Virginia riprendiamo la strada del ritorno.



Caro Benedetto decimosesto, se i miei compagni, dopo aver spostato data e luogo dell'escursione per me, dopo avermi ospitato, dopo aver sopportato il "bip-bip" del cardiofrequenzimetro e aver rinunciato al monte Pavione senza tuttavia odiarmi a morte (spero), ecco, se dopo tutto questo non li fai santi, allora caro mio mi sa che devi rivedere i tuoi criteri di canonizzazione...

mercoledì 18 luglio 2012

La corsa di primavera

Era una perfetta notte bianca, come dicono. Tutta la vegetazione pareva fosse cresciuta di un mese dalla mattina. Il ramo che il giorno prima aveva le foglie gialle, stillò linfa quando Mowgli lo ruppe. Il muschio s'increspava folto e tiepido sotto i suoi piedi, l'erba nuova non aveva i margini taglienti, e tutte le voci della Giungla risuonavano come la corda bassa di un'arpa tesa dalla luna, la luna della Parlata Nuova, che riversava la sua luce piena sulle rocce e sulle pozze, scivolava fra tronco e rampicante e filtrava tra milioni di foglie. Dimenticando la sua tristezza, Mowgli cantò forte, invaso dalla felicità, mettendosi in cammino. Pareva che volasse più che corresse, poiché aveva preso il lungo pendio che scende alle Paludi del Nord, attraverso il cuore della Giungla, dove il terreno elastico attutisce il rumore dei passi.
Quando era stanco di camminare sul terreno, alzava le mani, come le scimmie, al rampicante più vicino e pareva che nuotasse più che si arrampicasse, fra i rami sottili da dove prendeva una via fra gli alberi finché cambiava idea e si slanciava a terra di nuovo, descrivendo una lunga parabola tra le fronde.
Così correva, talvolta gridando talvolta cantando fra sé, la creatura più felice di tutta la Giungla quella notte, finché il profumo dei fiori l'avvertì che era vicino alle Paludi che si stendevano lontano al di là degli estremi territori di caccia.
 R. Kipling, Il secondo libro della Giungla

lunedì 4 giugno 2012

Un paese chiamato Camposanto

Mirandola, Cavezzo, San Felice sul Panaro ... Immagino che qualunque telecittadinospettatore italiano ormai al sentire questi nomi si veda scorrere davanti agli occhi immagini di chiese crollate, tende blu e tutto il solito repertorio da tragedia.
Non so per quale arcano motivo alcuni nomi vengano ripetuti e sbandierati migliaia di volte, mentre altri rimangono semisconosciuti; fatto sta che quando è arrivata la telefonata che mi comunicava che la mia destinazione sarebbe stata Camposanto, mi sono chiesto quale paese potesse portare un nome così improbabile, e già mi immaginavo un minuscolo paesino di vecchietti dimenticato da Dio e dagli uomini nelle assolate distese del far west emiliano ...

Di sicuro non mi aspettavo che il ragazzo di un paio d'anni più grande di me che ci ha salutati al nostro arrivo fosse nientemeno che il vicesindaco, o che nel servire i pasti, in aiuto alla nostra squadra già esausta dopo tre giorni, ci saremmo trovati una giovanissima, allegra e multietnica combriccola di ragazzi camposantesi.
O ancora che ci saremmo trovati a cantare e suonare alle due di notte (eh sì, perché non perdevamo già abbastanza ore di sonno) tra i binari di una stazione sospesa a una ventina di metri dal suolo.

Ho imparato che, in fin dei conti, cucinare per cinquecento persone non è molto diverso da cucinare per cinque, solo che è tutto MOOOLTO più grande: vasconi di pomodori che ci metti delle ore a tagliarli alla luce dei lampioni, un frigo dentro il quale giri con il transpallet ... E più grandi sono anche gli imprevisti, tipo un forno che mi si crepa in mano proprio il giorno in cui arrivavano millecinquecento pizze surgelate, o una colossale macedonia che si rovescia per terra ...

E ho imparato che se all'inizio i 10° C del camion frigo ti sembrano un paradiso rispetto ai 30 di afa e sole a picco fuori, dopo l'ennesimo sbalzo termico per andare a prendere una cassetta di kiwi cominci a pensare che, forse, scartare centocinquanta formaggini brie potrebbe essere un passatempo più sano e divertente ...

Ho imparato che è inutile avere dieci scatole di piadine (fatte con lo strutto di maiale) se più della metà delle persone è musulmana, e che essere senza cassetta degli attrezzi può rivelarsi un grosso problema anche per la protezione civile ... Ma non per Firmo e Rocco che sono riusciti lo stesso a trasformare un portabici in una tettoia per il forno nuovo. E anche che non serve a niente cambiare bombola, controllare il tubo del gas, invertire la presa di corrente, se non schiacci il tasto di accensione il (suddetto) forno non si accende!

Spero che, oltre a tener svegli volontari e cittadini cantando a orari improponibili tra le tende e nei parchi del paese, il nostro soggiorno camposantese a spese del contribuente sia servito a dare una mano dove la terra ha deciso di cambiare le carte in tavola.

E la domenica sera, partendo dal campo in pullmino ...
Io: - Avrò sicuramente dimenticato qualcosa qui ... -
Lucy: - ... un pezzetto di cuore!

giovedì 24 maggio 2012

Venticinque

Se mi è concesso chiedere un regalo per questo mio nuovo compleanno che sta iniziando, chiederò la stessa cosa dello scorso anno: scoprire, domani, persone capaci di amare!

Buona notte, caro mondo!

martedì 1 maggio 2012

Energie

Inauguro questa nuova piattaforma blog con una nuova puntata di "approfondimenti quasi-scientifici" sui temi caldi del dibattito politico pre-elezioni amministrative Parma 2012... Oggi parlerò di energie!

E lo farò facendo una mia personale classifica sulle possibili fonti di energia.
  • Al primo posto... l'energia che non consumiamo! Così come il miglior sistema di smaltimento dei rifiuti è non produrne, il miglior sistema di produzione dell'energia è il risparmio energetico. Nessun costo (se non i costi volti ad ottenere il risparmio energetico), nessun inquinamento, nessun effetto serra, nessuna risorsa consumata, e in più anche vita più tranquilla e rilassata... Non male, no?
  • Al secondo posto metterei l'energia solare (termica e fotovoltaica), da pannelli installati sui tetti degli edifici (o su altre superfici altrimenti difficilmente utilizzabili). Necessita di apparecchiature più o meno complesse (i pannelli e gli impianti per collegare questi al riscaldamento o all'impianto elettrico) che possono avere un certo impatto ambientale nella loro produzione: servono materie prime anche rare, durante la produzione si emettono sostanze inquinanti (in quantità non esagerata) ed è necessaria energia, che a sua volta può essere prodotta in modo più o meno "pulito". Per il resto, sfrutta una risorsa decisamente rinnovabile, che altrimenti andrebbe in parte sprecata, praticamente non ha emissioni, effetto serra zero, gli unici rifiuti generati sono gli impianti a fine vita (che possono comunque essere riciclati). Ma attenzione, discorso COMPLETAMENTE diverso è per i campi di pannelli solari installati sul terreno: in questo caso sfruttiamo una risorsa oggi decisamente limitata e preziosa, che è il suolo, e a mio parere andrebbe utilizzato per ben altri scopi, soprattutto perché di tetti su cui costruire pannelli ce ne sono ancora parecchi!
  • Al terzo posto l'energia eolica sfruttata tramite pale eoliche... Discorso molto simile all'energia solare, ma con qualche problemino in più, ovvero la dimensione degli impianti e, quindi, il loro impatto sul paesaggio, la superficie (anche se non enorme) che occupano, soprattutto gli impianti più grandi...
  • Poi viene l'energia geotermica, una delle pochissime che non viene, né direttamente né indirettamente, dal sole (sfrutta il calore interno della terra): è una risorsa, se non proprio rinnovabile, pressoché illimitata per il ritmo al quale la stiamo sfruttando adesso, ma disponibile solo in alcuni luoghi. Per essere sfruttata però ha bisogno di impianti abbastanza complessi (centrali più o meno grandi, perforazioni...) anche se non particolarmente inquinanti. Ovviamente, effetto serra zero. Fin qui ho parlato del geotermico ad alta temperatura; un'altra possibilità è il geotermico a bassa temperatura, che non è una vera e propria fonte di energia ma un modo intelligente per riscaldare/raffreddare, usando come "tampone termico" il sottosuolo: può essere realizzato anche per singoli condomini o stabilimenti, necessita di un discreto investimento (e di una perforazione) ma permette di riscaldare e/o raffreddare in modo molto più efficiente, con poco inquinamento.
  • Energia mareomotrice: anche questa non viene dal sole ma, udite udite... Dall'energia potenziale e cinetica del sistema terra-luna! Per fortuna la percentuale di energia ceduta dal sistema agli oceani è così infinitesimale da non farci preoccupare che il nostro satellite ci possa cascare sulla testa... Anche questa è una risorsa rinnovabile, senza effetto serra, però non è disponibile ovunque e necessita di grandi impianti per essere sfruttata, che possono anche essere abbastanza impattanti sugli ecosistemi dove vengono installati.
  • Discorso ancora più vero per l'energia idroelettrica (questa invece ha origine dal sole, che fa evaporare l'acqua che poi precipita a quote più alte): in linea di massima non inquinante, con relativamente poco effetto serra (quel poco viene dal metano prodotto dall'attività batterica nei sedimenti anossici dei laghi che vengono creati), ma necessita di impianti, a volte anche colossali, che modificano anche drasticamente sia gli ecosistemi del luogo dove vengono installati sia il flusso di sedimenti: la costruzione di una diga in Val d'Aosta contribuisce al ritiro delle coste a Rimini...!
  • Dopo questa prima carrellata, cominciamo a parlare di cose che bruciano: partiamo dalle biomasse. Queste devono essere distinte a seconda della loro provenienza: possono essere scarti di altre produzioni (ad esempio legna non adatta alla falegnameria, scarti dell'agroalimentare, rifiuti organici o legno - discorso a parte per i rifiuti indifferenziati), oppure ottenuti da colture appositamente coltivate. Inoltre, possono essere bruciati, fondamentalmente, in due modi: così come sono (e questo vale soprattutto per il legno, e per alcune colture) o sotto forma di prodotto trasformato (es. olio), oppure possono essere "digerite" in un digestore anaerobico, con produzione di biogas (soprattutto nel caso di scarti e rifiuti organici). Bruciare gli scarti con i quali non si può fare nient'altro mi sembra una buona idea, in linea di principio; mentre mi sembra un'idea meno bella quella di dedicare il nostro prezioso suolo esclusivamente alla produzione di combustibili, piuttosto che alla produzione di cibo... Parlando invece del come bruciarli: bruciare i prodotti tal quali è più efficiente, ma rischia di emettere più sostanze inquinanti, mentre invece produrre e bruciare il biogas necessita di infrastrutture più complesse ed è meno efficiente (i batteri che ci trasformano la sostanza organica in metano mica lavorano a gratis, qualcosa vogliono mangiare anche loro...), ma in compenso, se ben gestito, emette meno sostanze inquinanti... Quanto all'effetto serra: per tutte le biomasse, il conto finale è pressoché zero. Questo perché il biossido di carbonio emesso quando bruciamo le biomasse, era stato fissato alcuni anni prima dalle piante, e se adesso ci sono altrettante piante che stanno fissando il carbonio, il bilancio è in parità. In realtà, a seconda di come viene gestito l'impianto, un po' di effetto serra può venire dal metano che potrebbe essere emesso dalla biomassa mentre viene stoccata, se dentro di essa si sviluppano batteri anaerobi (gli stessi dei digestori) che producono metano, e questo se ne va in atmosfera (il metano è un gas serra, più potente del biossido di carbonio...).
  • Veniamo infine ai combustibili fossili (gas naturale, petrolio e carbone): li metto tutti insieme perché, anche se esiste un'enorme varietà di sistemi per bruciarli, le caratteristiche di base sono comuni a tutti (e perché comincio ad aver voglia di finire il post...). Questi vengono, sì, dal sole (energia fissata milioni di anni fa da organismi fotosintetici), ma non sono rinnovabili, almeno non al ritmo al quale li stiamo consumando noi; inoltre provocano effetto serra, perché è tutto carbonio fissato durante milioni di anni che noi stiamo liberando in pochissimo tempo, e in quasi tutti i modi in cui vengono utilizzati emettono sostanze inquinanti. Inoltre spesso necessitano di grandi impianti per essere estratti, trasportati ed utilizzati, e non sono disponibili ovunque...
  • Ho lasciato da parte due cose, l'energia da rifiuti indifferenziati (i termovalorizzatori) e l'energia nucleare. Dei primi ho già parlato nel post precedente, a proposito dell'energia nucleare... Non saprei neanch'io a che livello della classifica metterla, se in fondo in fondo o tra le biomasse e i combustibili fossili... E' un'altra delle energie che non viene dal sole (ma dall'energia di legame dei nuclei), il "combustibile" è disponibile solo in pochi luoghi del pianeta, sono necessarie infrastrutture e investimenti colossali, con un discreto impatto ambientale, in compenso non c'è effetto serra, e l'inquinamento (se si escludono le sostanze radioattive) è limitato. Però ci sono le sostanze radioattive emesse, seppur in piccola quantità, le scorie da smaltire, e il rischio di incidenti, che anche se la probabilità è bassissima (ma neanche poi tanto, vista la storia recente...) gli effetti... li conosciamo.
Ok queste dovrebbero essere le principali fonti di energia sfruttate finora... Spero di non aver detto troppe castronerie!

martedì 24 aprile 2012

Immondizia

Per rispondere a qello che ha scritto Popo sul suo blog, vorrei dirvi due cose a proposito di rifiuti ed energia...

Partiamo dai rifiuti: cosa ne facciamo? O meglio, come facciamo a risolvere il problema di avere rifiuti di cui non sappiamo cosa fare?

Primo: la cosa migliore, ovviamente, è non produrne, o evitare, per quanto possibile di produrne. E questo significaconsumare meno, limitare gli sprechi, scegliere prodotti con confezioni poco ingombranti, riutilizzare le cose finché è possibile.

Secondo: visto che un po' di rifiuti si producono comunque, è bene differenziarli e riciclare i rifiuti riciclabili: 

  • il vetro è il migliore, si ricicla con grande facilità, poca energia e poco spreco di materiale, e quello che si ottiene è un prodotto con caratteristiche non troppo scarse;
  • sull'alluminio non sono molto informato, ma credo che anche questo si ricicli abbastanza facilmente; sicuramente è conveniente riciclarlo perché per produrlo dalle materie prime occorre un'enorme quantità di energia;
  • riciclare la carta ha un notevole impatto ambientale e il prodotto che si ottiene è di qualità un po' più scarsa, ma tutto sommato è una tecnologia abbastanza consolidata;
  • la plastica ha molti più problemi: soprattutto perché esistono moltissimi tipi di plastica, alcuni dei quali non riciclabili; la plastica che viene raccolta tutta insieme nella raccolta differenziata domestica, quindi, a meno che non venga poi separata (ma dubito che esistano tecnologie in grado di fare questo in modo efficace) può essere usata solo per produrre plastiche miste di bassa qualità (da usare ad esempio nei sacchetti dell'immondizia o nelle imbottiture); più efficace è il riciclo di scarti industriali di plastica omogenea. Altrimenti, la plastica mista è un ottimo combustibile da bruciare nei termovalorizzatori... con tutti i problemi ad essi legati, però!
  • i rifiuti organici si possono compostare per produrre terriccio da coltivazione, oppure trattare in un digestore anaerobico per produrre biogas (e poi, quello che resta viene usato come terriccio). Che io sappia non è un processo molto inquinante, a parte un po' di metano (gas serra) emesso.
Comunque sia, al giorno d'oggi la raccolta differenziata lascia comunque una parte di rifiuti indifferenziati, e, come diceva Popo, anche i processi di riciclo hanno una certa percentuale di scarto. Per questi rifiuti residui, che se la raccolta differenziata è stata fatta bene sono pochi, ma sono anche il peggio del peggio, con i quali non ci si può fare quasi nulla, esistono due tecnologie ben sviluppate al giorno d'oggi: la discarica e la termovalorizzazione.
La discarica è il metodo più antico di gestione dei rifiuti (vedi la "terra marna" delle terramare, che altro non è che la discarica dei villaggi preistorici...), ha qualche emissione in atmosfera (metano soprattutto), genera un po' di acque reflue da trattare, e se gestita male può inquinare le falde,  occupa una superficie per lunghissimo tempo; e molto probabilmente contiene sostanze pericolose che rendono sconsigliabile coltivare il terreno anche per decenni o secoli dopo la chiusura della discarica.
In un termovalorizzatore i rifiuti si bruciano, e questo comporta alcune cose...
  • bruciando i rifiuti, si ottiene energia, che verrebbe altrimenti prodotta in altro modo (e questo è un bene, soprattutto oggi che la maggior parte dell'energia è prodotta con combustibili fossili);
  • si emettono, però, sostanze tossiche e cancerogene: i rifiuti sono molto meno controllabili (come sostanze contenute) rispetto al carbone o al gas naturale, quindi le emissioni di un termovalizzatore saranno presumibilmente un po' peggiori rispetto ad una di queste centrali (a parità di tecnologia), e diventano molto peggiori se il termovalorizzatore è gestito male;
  • in compenso, l'effetto serra è limitato ai soli rifiuti che, in origine, erano stati prodotti da derivati del petrolio o altri combustibili fossili.
Quindi, rispetto all'energia prodotta da una centrale a gas o a carbone, l'energia prodotta da un termovalorizzatore è migliore per quanto riguarda l'uso di risorse (rifiuti piuttosto che combustibili fossili) e l'effetto serra, ma peggiore (credo) per quanto riguarda le sostanze tossiche e cancerogene.
Inoltre, rimane una certa quantità di ceneri che vanno inevitabilmente smaltite in discarica (ma per un volume inferiore a quello dei rifiuti che entrano nel termovalorizzatore).
Quindi, quale strada è meglio per i rifiuti indifferenziati? Direttamente in discarica, o prima in termovalorizzatore e poi in discarica? Inizialmente pernsavo la seconda opzione, visto che nel nostro "piccolo paese" di spazio per le discariche ce n'è molto poco, ma forse sto cominciando a cambiare idea... E' vero che sulle discariche non ci si può coltivare, ma potrebbero invece, ad esempio, diventare foreste...
Oltre al termovalorizzatore e alla discarica, ci sono altre tecnologie che si stanno facendo strada (ad esempio ho sentito parlare della gassificazione, o pirolisi), ma che io sappia sono tecnologie che stanno ancora facendo i primi passi, e non so se siano, adesso, meno pericolose di un termovalorizzatore...
Alla prossima, per parlare di energia!

lunedì 20 febbraio 2012

Un capitolo senza nome di un libro che non esiste

[...]
Con la fronte bagnata di sudore, Nebbia arrancava risalendo il pendio, alzando gli occhi tra un passo e l'altro verso i sandali logori del druido.
Si portò la mano alla Spilla del Canto, e sbuffò vedendola inerte e opaca: "Non c'è magia in questo posto!".
Il druido si fermò, voltandosi, e fissò Nebbia negli occhi. Dopo un attimo, senza dire nulla, alzò lo sguardo al cielo, inspirò a fondo, come per bere il vento leggero che accarezzava quei crinali, e disse, riprendendo la salita: "Forse, semplicemente, non la vedi. Vieni, non manca molto."
La neve si era sciolta quasi del tutto, lasciando scoperti i bassi cespugli di mirtillo, e i ciuffi scoloriti del nardo che si riprendevano dal sonno invernale. Ovunque, in quel manto giallastro, spuntava il violetto dei crochi.
Come aveva detto il druido, poco dopo raggiunsero la sella, e i capelli di Nebbia ondeggiarono nel vento che lì soffiava più deciso. Sentì un brivido corrergli dalla pancia alle punte delle dita, nel vedere l'orizzonte spalancato davanti a lui: oltre la sella, la montagna precipitava verso il basso per quasi mezzo miglio di altezza e, sotto, si stendeva una coperta di colline boscose, punteggiata, qua e là, dai sottili pennacchi di fumo di qualche villaggio degli gnomi.
Il suo sguardo seguiva la valle del Tresirene fino al Mare di Diamante, e là dove il fiume si gettava nel mare si scorgeva il luccichio delle guglie di Demetra. La foschia marina ostacolava un po' la vista, ma gli sembrò di scorgere, all'orizzonte, il profilo montuoso dell'Isola di Là.
Si accorse che la sua guida lo stava aspettando lungo la traccia che seguiva il crinale, sulla destra, e si rimise in marcia.
Raggiunsero, poco sotto la cima del monte, una conca - una piccola dolina - e si sedettero su due rocce, tiepide dal sole primaverile che le scaldava. Il druido tirò fuori dalla sua sacca due pagnotte - pane fatto a mano, cotto al calore di un fuoco di legna, senza che vedesse l'ombra di un Forno delle Fate - e ne diede una al ragazzo. Con un coltello da cacciatore tagliò due fette di formaggio di capra, e mangiarono in silenzio, ascoltando il mondo intorno a loro.
L'unico rumore era quello del vento: non una voce, non un fischio di Nubinave. Un uccellino scuro - un codirosso spazzacamino - gironzolava su e giù dalle rocce, alla ricerca di insetti.
"E tu continui a dire che qui non c'è magia?" chiese ad un tratto il druido.
Nebbia lo guardò, e allargò le braccia. Non sapeva cosa rispondere. "E dove sarebbe?"
"Qui!" rispose l'uomo, indicando il codirosso, con un sorriso che dipinse sulla sua faccia indurita un labirinto di rughe: "Quella è magia!"
"Vedi," continuò "voi, forse, siete maghi che non conoscono più la magia.
La usate, sì, in modo potente, violento addirittura.
Volete fare tutto con la magia, controllare tutto.
Avete stregoni che controllano il tempo atmosferico per arrivare ad avere otto raccolti all'anno, maghi che studiano mappe della Trama sempre più complicate perché ormai non c'è più spazio per teletrasportarsi, addirittura la Cupola, maghi che controllano altri maghi... Chiedete a questa cosiddetta magia sempre più potenza, con l'unico obiettivo di estrarre altra potenza magica. Addirittura vivete le vostre vite per trovare nuovi modi di ricavare potenza magica. E in tutto questo, vedete le vostre luci affievolirsi di anno in anno, le vostre evocazioni farsi più effimere, i vostri fuochi hanno bisogno di sempre più energie per ardere.
E c'è anche chi impazzisce, perché crede che la magia stia arrivando alla fine, e che non ci sia più nulla dopo.
Ma forse voi vi state solo accanendo a succhiare i rimasugli di un frutto, dimenticandovi dell'albero che l'ha generato.
Vedi, le leggende parlano di altri mondi, mondi dove la magia, così come la conosci tu, non esiste. Mondi dove non puoi parlare attraverso una Spilla del Canto, dove non esiste il teletrasporto, dove per procurarti da vivere puoi fare i conti solo sulla tua intelligenza e sulla forza delle tue braccia. Sì, proprio come faccio io." Sorrise il druido, accarezzando il bastone. "Eppure, la magia esiste anche in questi mondi.
Guarda: anche il mago più grande, può creare quel codirosso? Sì, forse ne può evocare uno, ma non quello. Non proprio quello, nato in quel nido all'ombra di quel cespuglio, quel giorno, probabilmente di un anno e mezzo fa. E puoi forse, con tutte le capacità magiche di questo mondo, controllare tutti i codirossi di queste montagne? E tutti i crochi che abbiamo visto salendo fin quassù? E tutti gli alberi, gli stagni, le nuvole, gli animali di questo mondo?
E, forse puoi riuscire a modellare una piccola collina, con grande dispendio di energie. Ma nel frattempo, il vento e la pioggia in tutto il resto del mondo avranno fatto molto più lavoro di quello che hai fatto tu, e senza che nessuno li guidasse.
Così, tutte le forme di vita nascono, crescono, cercano il cibo, fanno le loro danze nuziali, si accoppiano, vivono e muoiono senza che ci sia nessuno a controllarle, a guidarle, a dire loro cosa fare, e come.
Non è, questo, molto più grande, immensamente più profondo e potente di tutta la magia che finora hai studiato? Non è magia anche questa? Una magia che appartiene a tutti i mondi, indipendentemente dal fatto che un mago, con qualche formula magica, ne imbrigli alcuni aspetti per i suoi scopi?
Ripensa a ieri, al parto della capra: con le tue mani, hai portato alla luce una creatura nuova, che non esisteva, e che non sparirà nel giro di qualche ora - sempre che un lupo affamato non passi nei dintorni! E tutto questo, senza richiedere nulla alla magia, se non quello che naturalmente compie ogni giorno, per tutte le creature dell'universo."
Si fermò un attimo, come per riprendere fiato, o per lasciar calmare le acque agitate dei suoi pensieri "Non ho risposte per questo mondo, sono qui per cercarle, dopotutto. Ma credo che la cosa più urgente sia ritrovare l'albero da cui proviene il frutto, riscoprire la magia che è nel mondo e che noi non controlliamo, capire come anche noi, dentro questa magia, siamo rami di un unico albero, flutti di un unico fiume, parole di un unico Libro."
Poi tacque, e si distese a guardare il cielo, mettendosi uno stelo secco tra le labbra.

Nebbia fece lo stesso, e rimase ad osservare le nuvole correre sopra di lui. Ripensò al capretto, alla fatica della notte in cui avevano guadato il torrente, a come si era sentito perso senza la sua Pietra del Richiamo, ai suoi compagni di accademia, a lui bambino, insieme alle sue sorelle, giocare nei campi di nonna Raggio di Sole, e un profumo di crostata di more...
Il sole faceva scintillare la sua Spilla del Canto: "Forse è inutile" pensò "adesso, per parlare con papà, con gli amici, per dir loro che sono vivo, sto bene, ma..." e la avvicinò alle labbra, come per sussurrare un bacio.

Molte centinaia di miglia più a ovest, una ragazza ebbe un brivido, nel sentire - o almeno così le era sembrato - un tocco leggero e un profumo conosciuto sulla sua pelle. Probabilmente era stata solo un'impressione, ma nei suoi occhi scintillò un sorriso.