Visualizzazione post con etichetta Questo meraviglioso mondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Questo meraviglioso mondo. Mostra tutti i post

martedì 21 dicembre 2021

Oche!

 


Ovviamente quella in foto non è un'oca.

Ma andiamo con ordine.

Domenica 19 è stata una giornata di nebbia, di quella nebbia che va dai colli piacentini fino alle piattaforme di estrazione del metano dell'Adriatico, di quella nebbia che in una fila di tre macchine l'ultima non vede la prima. E ovviamente noi eravamo a fare birdwatching sul delta del Po.

Dopo esserci riempiti gli occhi di nebbia e le ossa di freddo per tre quarti di giornata, il cielo ci concede una tregua, e il sole buca la nebbia per quella magica ora prima del tramonto. E il sipario grigio si apre lentamente sopra le valli del Mezzano.

E finalmente le vediamo. Oche. Centinaia, anzi migliaia di oche. Venute dalle vastità del nord a passare l'inverno in questo ritaglio di pianura. E dietro di loro, le gru.

Non so perché non le ho fotografate. Forse perché volevo tenere tutto per gli occhi quel poco tempo che ci restava per vederle.

Alla fine ho portato a casa solo questa foto di gru. Ma la meraviglia è ancora viva negli occhi, e aspetto un prossimo momento per tornare a vedere lo spettacolo delle oche del Mezzano.

mercoledì 27 febbraio 2019

Seguite il Nibbio Bianco


Bassa modenese, domenica mattina, nemmeno troppo presto.

Abbiamo abbandonato un'escursione in mezzo ai calanchi parmensi e fatto un'ora e mezza di strada per cercare di vedere Lui, il Nibbio Bianco, che - abbiamo sentito dire - sta passando l'inverno in queste pianure.

La strada diventa sterrata: la macchina avanza tra pianure e campi fino all'orizzonte sollevando una nuvola di polvere, tra le canne gli uccelli prendono il volo accanto a noi, un po' come se fosse un piccolo safari padano.

Il navigatore dice che ci siamo quasi: parcheggiamo la macchina, binocolo al collo e cannocchiale in spalla, e ci avviamo a piedi. E' una domenica di cielo sereno, e la luce accecante, il giallo delle canne secche intorno, la pianura vuota di gente e piena di silenzio, il tepore del sole ti fanno chiedere se sia inverno o se sia agosto. Se non fosse per l'aria pungente e gli strati di vestiti addosso, ci si potrebbe davvero perdere nel tempo, qui.

Ci guardiamo intorno: il posto è questo, dev'essere qui. Guarda, quello è proprio l'albero su cui - dicono - di solito si posa. Eppure di lui non c'è traccia. Una coppia di gazze, quasi per conferma, va a prendere possesso dell'albero.

Pazienza, lo aspetteremo, magari è a caccia da qualche parte e arriverà.

Magari invece è partito, e non lo vedremo mai.

Ci guardiamo intorno, inganniamo l'attesa. Campi, canali, filari di alberi spogli. Un casolare, pali del telefono, un piccione posato sui fili che guarda in basso.

Un piccione che guarda in basso?

Guardo a binocolo. E' lontano, è controluce, ma il dubbio c'è. Apro il cavalletto, punto il cannocchiale: il becco da rapace, l'occhio rosso dicono che è proprio Lui!

Cinque minuti di puro, silenzioso, frenetico entusiasmo, guardiamo, scattiamo a ripetizione, bisbigliamo commenti adoranti quando si tuffa verso terra e risale, infine si tuffa di nuovo e sparisce dalla vista.

Poco dopo iniziano ad arrivare altre macchine: la notizia girava, altri vengono a cercare una foto con l'ospite eccezionale, ma lui non si fa più vivo. Con un pizzico di soddisfazione per essere stati gli unici privilegiati ad averlo incontrato, lasciamo il campo agli altri, e ce ne andiamo a proseguire il nostro safari lungo le strade che costeggiano la palude.

Ci fermiamo ad ogni squarcio tra le canne: bianco di aironi, di cigni e di cicogne, riflessi verdi sul nero dei mignattai, il lungo becco curvo tra le canne degli ibis sacri, e più piccoli, quasi invisibili i beccaccini che si muovono tra il fango. Un gran frullare d'ali: prima venti chiurli si alzano dallo specchio d'acqua, poi è la volta delle pavoncelle, e infine centinaia di oche ci sorvolano, per poi posarsi di nuovo e passeggiare tra i prati.







Beviamo con gli occhi tutta questa natura e, proprio quando pensiamo di esserne sazi, appare una magnifica femmina di falco di palude che si concede in un volo lento e potente davanti a noi, tra il chiassoso disappunto delle folaghe.

Stiamo per andarcene, ma la palude vuole stupirci ancora: piumaggio grigio ghiaccio, "mano" nera, un maschio di albanella reale sfiora le cime delle canne; lo seguiamo, cercando di non perderlo di vista e di goderci quest'ultimo regalo.

Ormai è ora di partire: salutiamo la palude, lasciamo i fotografi e le loro auto alla ricerca di una difficile foto di un Nibbio Bianco lontano e in controluce, e ci avviamo lungo la strada di casa.

Quasi per abitudine, il binocolo punta verso un uccello posato lontano, che subito spicca il volo e si avvicina. La prima cosa che penso è che è un uccello che non ho mai visto. Almeno, mai prima di oggi. Quando si posa a breve distanza da noi, in cima ad un albero in luce perfetta, guardandoci dritti negli occhi, quasi quasi non ci crediamo, e scoppiamo a ridere: è ancora Lui! Alla faccia dei fotografi fermi da ore a cercarlo, il Nibbio Bianco ha voluto raggiungerci per un ultimo saluto!



La montagna è maestosa, bella, selvaggia, piena di vita, ma in un certo senso è prevedibile. Questa piatta distesa di campi e case e strade che si stende alle due sponde del Po, invece, ti stupisce con l'inaspettato. E' tutto fuorché incontaminata, è percorsa da secoli di popoli, usata, riusata, abbandonata e ripresa, modellata, bonificata e coltivata, protetta e distrutta quasi senza logica. Eppure è capace di sorprenderti con un incontro straordinario come questo.

E se il Nibbio Bianco è una rarità - per i birdwatcher accorsi a vederlo - o se preferite un solitario che si è perso, a migliaia di chilometri da qualsiasi altro individuo della sua stessa specie, attorno a lui la pianura continua a custodire uno spettacolo di oche, cigni, aironi, ibis e tutti gli altri pennuti, pelosi, squamosi, fotosintetici esseri che intrecciano le loro vite con le nostre, ai margini delle nostre, quasi senza farsi notare.

Noi abbiamo cercato il nostro Nibbio Bianco: l'abbiamo trovato. Ma soprattutto abbiamo trovato un luogo speciale di questa nostra pianura, e siamo riusciti a condividere un po' di bellezza del mondo - oltre che un abbondante piatto di tagliatelle.

Un saluto, e l'augurio che ci sia, ancora, un nuovo Nibbio Bianco da cercare.



Foto di Margherita Calcagno

domenica 15 novembre 2009

Bismantova

Pietra di Bismantova

Da lontano, è un curioso bottone piazzato a metà dell'appennino reggiano.

Da vicino, le pareti verticali sembrano un pezzo di Alpi Apunane emigrato in mezzo a colline che con loro centrano poco o nulla.

Se ripercorri la sua storia, ti troverai in un mare Adriatico di 15 milioni di anni fa, sulla bassa piattaforma poco oltre la costa dei giovani Appennini, che pian piano si sollevano dal mare, scrollandosi di dosso frammenti di pietra che vengono erosi dalle pioggie e portati lungo i torrenti. Brevi torrenti che si gettano qui, dove in questo mare basso ricco di vita bivalvi e coralli crescono in abbondanza, e si mescolano con la sabbia che viene dai fiumi formando quell'impasto che poi, sotto il peso dei suoi cento metri, dell'acqua e forse di altra sabbia, diventa un crostone rigido e pesante di quella che oggi è la pietra di cui è fatta, appunto la Pietra.
Questo pesante crostone, però, poggia su un cuscino di molli marne, a picco sulla scarpata che conduce sul fondo di un bacino sottomarino, e tutto questo sull'irrequieto dorso dei futuri Appennini che ancora devono emergere. La pietra quindi si crepa, si spezza, e in parte scivola giù lungo la scarpata, finché solo una parte simile a una solitaria nave rimane unita, quando alla fine viene sollevata sopra il livello del mare.

Ed è così che è giunta fino ai nostri giorni, perdendo qua e là qualche pezzo che continua a staccarsi dalle pareti a picco, o lentamente divorata dal gelo durante le ultime ere glaciali.



E' un peccato, però, che i geologi siano così terribilmente geologi, da parlare solo delle rocce e lasciare da parte tutto ciò che ci sta sopra: dai licheni che colorano la pietra, alle querce, agli aceri, ai frassini, ai noccioli e alle altre piante che non siamo riusciti a riconoscere, all'uomo che ha portato al pascolo, probabilmente, le sue greggi qui sopra per secoli, e che forse ha celebrato qui i suoi riti.

D'altra parte, una giornata come questa vale senza dubbio più di una settimana di lezioni in aula.
Perché toccare le cose che vuoi conoscere, camminarci sopra, sentirtici dentro è qualcosa di più che studiare, ma anche e soprattutto perché ti da l'entusiasmo di fare che ti serve ad andare avanti.
E poi, mangiando un panino affacciati sulle colline bagnate dalla nebbia, ti conosci molto di più che in un aula del dipartimento di scienze della terra!

sabato 26 settembre 2009

Carbonio di qua, carbonio di là

Sull'effetto serra, le idee non ce le ho molto chiare nemmeno io che studio Scienze Ambientali, quindi immagino che ci siano molti altri messi peggio.

Una cosa, però, penso sia abbastanza chiara a quasi tutti: il protagonista principale di questo "effetto serra" è il carbonio in una sua forma ossidata, comunemente chiamata anidride carbonica, o biossido di carbonio, o semplicemente CO2.

Perché mai? Perché questo simpatico composto ha la capacità di essere perfettamente trasparente alla luce visibile (a meno che non siate fumatori incalliti, non vedete nessun fumo nero di solito uscire dalle vostre bocche...), mentre è discretamente abile nell'assorbire i raggi infrarossi.
Quindi tutta l'energia che il sole manda sulla terra sotto forma di luce visibile, passa indisturbata attraverso l'atmosfera, scaldando la terra.
La terra, così scaldata, comincia ad emettere raggi infrarossi per liberarsi dell'energia di troppo (e meno male, altrimenti non dureremmo a lungo).
Peccato che questi vengano assorbiti dall'anidride carbonica dell'atmosfera, che si scalda anche lei, e ne riemette in tutte le direzioni: un po' si disperdono nello spazio, un po' ritornano sulla terra, e ricomincia il giro.
Risultato: che la terra, per riuscire a buttar fuori tanta energia quanto il sole gliene fornisce (e quindi, avere una temperatura costante) deve essere un po' più calda di quello che le basterebbe se non ci fosse la CO2.

La domanda principale, quindi diventa: perché c'è la CO2 nell'atmosfera? O meglio, l'uomo sta modificando questa quantità? E la risposta è tutt'altro che semplice...

Voglio quindi coinvolgere anche chi vorrà leggere, in un breve "tour" lungo le strade che il carbonio percorre attraverso il nostro pianeta.

Cominciamo da tanto, tanto tempo fa, quando ancora la vita era solo una improbabile favola che gli asteroidi mamma raccontavano ai loro figlioletti per farli dormire... Dov'era il carbonio a quei tempi? Nell'aria!
E proprio sotto forma della nostra "amata" CO2, che ai tempi poteva scorrazzare libera e felice senza il timore di essere catturata da qualche pericolosa creatura autotrofa. (oddio, non era proprio tutta nell'atmosfera, ma quella che ci interessa, era lì)
Provate a immaginare... Tutta l'atmosfera, che oggi è fatta quasi esclusivamente da azoto e ossigeno, era tutta (o quasi) anidride carbonica. E oggi, nell'atmosfera, di anidride carbonica ce n'è lo 0,03%.

Chi è che, allora, l'ha fatta sparire? E soprattutto, dove ha messo tutto quel carbonio?
Di solito, a scuola, insegnano che la colpa è tutta della fotosintesi: in pratica, che le alghe e le piante, una volta evolutesi, abbiano man mano intrappolato tutta l'anidride carbonica dell'atmosfera, facendone il materiale organico di cui sono formati tutti i viventi.

Peccato che così, contando tutto il carbonio presente negli organismi viventi (2 volte quello presente in atmsofera), e tutto quello che era vivente, ma poi è stato seppellito sotto terra, diventando carbone, petrolio o metano, si spiega solo un quinto di tutto il carbonio presente nella crosta.

Tutto il resto dov'è?
Ecco, se non è sopra di noi, se non è dentro di noi (o attorno)... Sarà sotto di noi!

Infatti, la maggior parte del carbonio è proprio nelle rocce, nei carbonati: calcari, marmi, dolomite... Eh sì, proprio le montagne più belle del mondo non sono che la punta di un iceberg formato da immensi ammassi di carbonati, sotto i nostri piedi.
Ma allora, tutto quel carbonio, come c'è finito nelle rocce?
Una parte è semplicemente precipitato (in senso chimico, non è che l'aereo su cui viaggiava ha avuto un'avaria): l'anidride carbonica si scioglie volentierissimo in acqua, e lì, se trova un po' di calcio, o magnesio, o compagnia bella, forma i carbonati, che sono insolubili, e si depositano sul fondo del mare.

Ma una gran parte è finita nelle rocce perché ci è stata messa. Non dall'uomo, perché esiste da troppo poco tempo (e forse non sarebbe né abbastanza furbo né abbastanza paziente da farlo), ma piccoli organismi che hanno cambiato la faccia della terra, ma che oggi sono di solito degni di attenzione solo in qualche acquario: i coralli (e altri organismi che ai coralli assomigliano, ma chi non è molto pignolo li può considerare coralli...).
Questi piccolissimi muratori, nei corsi degli anni, anzi secoli, anzi millenni, anzi milioni... Insomma in due o tre miliardi di anni - e ancora oggi, se non li ammazziamo tutti prima - hanno ripulito l'atmosfera dall'anidride carbonica (facendola passare attraverso l'acqua, ben inteso), non per costruirsi i loro corpi (come gli autotrofi, ad esempio alghe e piante), ma bensì per costruirsi la loro casa.
Fanno così: prendono un po' dell'anidride carbonica sciolta in acqua (che non è proprio sotto forma di CO2, ma per i non chimici non è particolarmente importante), li fanno reagire con calcio o magnesio, e con questi formano carbonati insolubili che si depositano, e formano la casetta per il nostro muratore.

Ok, fin qui abbiamo trovato il carbonio, ovunque si nasconda sulla superficie terrestre: un pochettino nell'atmosfera come CO2, un po' sciolto negli oceani, un po' forma la materia organica di cui siamo fatti tutti noi esseri viventi, una discreta quantità è sepolto sotto terra come carbone, petrolio e gas (almeno finché non verrà estratto e bruciato dall'uomo), mentre la maggior parte forma le rocce carbonatiche della crosta.

Quel pochettino che ancora gira per l'atmosfera, però, è la parte più importante: non solo perché causa l'effetto serra, ma perché per passare da una parte all'altra, il carbonio passa sempre, o quasi, dall'atmosfera.

Sì. perché nell'atmosfera si muove velocemente (decisamente molto velocemente, rispetto ai tempi geologici con cui si muove quello nelle rocce), e può raggiungere moltissimi posti...

Sicuramente il mare accoglie la CO2 a braccia aperte, soprattutto se fa freddo (la solubilità dei gas, in acqua, è maggiore a temperature basse). E visto che questo, come quasi tutti i processi naturali, è un equilibrio, più CO2 c'è nell'aria, più gli oceani ne assorbono, fungendo un po' da tampone. Attenzione però, un tampone non troppo efficace: ricordiamo che più CO2 nell'atmosfera significa più effetto serra, quindi più caldo, quindi minore solubilità della CO2 in mare!!!

Secondo, gli organismi viventi autotrofi (senza dubbio le piante, che fin dalla suola materna ti insegnano che sanno "prendere l'anidridide carbonica e trasformarma in ossigeno", ma anche le alghe,e molti batteri non necessariamente fotosintetici), sono sempre a caccia di CO2, sia nell'aria che nell'acqua (e in questo caso, togliendola dall'acqua, lasciano il posto a nuova CO2 che dall'aria si scioglierà nell'acqua, sempre per il concetto di equilibrio).
Prendono quindi il carbonio sotto forma di CO2, lo riducono (astruso concetto chimico che, in questo caso, significa più o meno che caricano di elettroni - ed energia - il carbonio), e ne fanno materiale organico, cioè mattoni per costruire i loro corpi.
Corpi che poi, attraverso le catene alimentari, diventeranno cibo per altri organismi: una parte del materiale organico verrà riutilizzata per formare il corpo degli organismi predatori (o comunque successivi nella catena alimentare), un'altra parte verrà "bruciata" per tirar fuori quell'energia che gli autotrofi ci avevano messo dentro, restituendo CO2all'atmosfera.
Una piccola parte della materia organica, però, potrebbe non essere completamente sfruttata, ed essere sepolta così com'è: può capitare a un povero scalatore travolto da una valanga e mai più recuperato, o a una foresta di alghe che viene sepolta (sfortunatamente per lei, fortunatamente per i magnati del petrolio) sotto una colossale frana sottomarina. Il risultato è che questa materia organica sepolta, lontana dall'ossigeno (e quindi da un possibile ritorno a CO2), pian piano si trasforma in combustibile fossile: carbone, petrolio, gas.

Infine, le rocce carbonatiche vengono erose (eh sì, anche le dolomiti, pioggia dopo pioggia, vengono erose, e probabilmente ben prima del Monte Bianco, di roccia silicea, molto meno solubile dei carbonati), i carbonati entrano in soluzione e vengono trasportati all'oceano.
Qui il carbonio subirà i possibili destini già visti per la CO2 nell'acqua (equilibrio con la CO2 atmosferica, o riduzione da parte degli organismi autotrofi), o riformerà le rocce carbonatiche, per precipitazione abiotica, o con l'aiuto dei coralli e compagnia bella.

Insomma, tirando un po' le somme, se tutto funzionasse a dovere (ovvero, se l'uomo non ci mettesse lo zampino) sembrerebbe che tutti questi spostamenti finiscano in pari, se per l'atmosfera tutte le entrate e le uscite pareggiassero, cioè:
tanta CO2 fissano gli organismi autotrofi, tanta ne consumano i viventi respirando;
tanta CO2 si deposita nelle rocce carbonatiche (o viene depositata dai coralli), tanta se ne libera dall'erosione delle montagne;
per il resto, l'oceano si occupa da far da tampone e bilanciare le eventuali fluttuazioni.

Soltanto una piccola parte di carbonio, era dopo era, viene immagazzinato nella materia organica sepolta, sotto forma di combustibili fossili.

Ora mettiamoci l'uomo.

Diventato intelligente (ne siamo poi così sicuri?), decide che non gli basta quel po' di carbonio che suo nonno scimpanzé otteneva mangiando banane, scopre che bruciando nel fuoco quegli evoluti autotrofi fotosintetici che sono le piante può fare un sacco di cose interessanti, e comincia ad andare in giro e accaparrarsi tutto il legno che trova. Risultato: meno piante, quindi meno produzione primaria (fissazione di carbonio, e immagazzinamento di energia per gli stadi successivi della catena alimentare), quindi meno animali emeno legno, quindi meno cibo e meno risorse, quindi guerre per accaparrarsi quel che rimane.

Finché l'uomo ha basato il suo approvvigionamento energetico sulla catena alimentare (caccia, allevamento, agricoltura, silvicoltura), però, ha dovuto sempre sottostare alle sue leggi, al suo equilibrio: il cibo è quello che è, quindi se ne consumi troppo viene la carestia, un po' di uomini muoiono, e si può ricominciare. La CO2 non cambia di molto, quella che viene emessa dalla respirazione degli organismi viventi è la stessa che qualche anno prima - o decine di anni prima - era stata fissata dagli autotrofi, e i conti tornano.

Peccato che poi, ben prima di comprendere tutti questi delicati equilibri, qualcuno ha deciso di scavare per terra e ha trovato quella polverosa pietra nera che brucia tanto bene. Ancora peggio quando qualche beduino ha fatto un buco nel terreno alla ricerca di acqua e ha scoperto di galleggiare su un mare di petrolio (non è andata proprio così, ma fa lo stesso).

L'umanità, esaltata da questa fonte di energia così "pronta all'uso", senza bisogno di disboscare migliaia di ettari di bosco togliendo il pane ai propri figli, si è buttata a capofitto nell'impresa del "grande rogo dei combustibili fossili" (in realtà, non ha nemmeno evitato di disboscare migliaia di ettari di bosco...).
Molti si chiedono come mai, nell'ultimo secolo, l'umanità si sia evoluta così tanto.
Considerato che sta bruciando l'energia dei combustibili fossili in un decimilionesimo del miliardo di anni che è stato impiegato ad immagazzinarla (ok, i conti sono un po' spannometrici, ma rendono l'idea), mi stupisco che ci siamo evoluti così poco.

Aggiungiamo un importante fatto: bruciando i combustibili fossili, reimmettiamo nell'aria, nel giro di pochi anni, un'enorme quantità di anidride carbonica che era stata sequestrata nel corso di milioni di anni: hai voglia te, ad aspettare che gli autotrofi riescano a rifissare tutto quel carbonio!!!
Così, non ci sarebbe da stupirsi se l'aumento di CO2 che si registra in questi anni (e quindi l'effetto serra) si dimostrasse dovuto all'uomo, o meglio, alla sua mania di bruciare combustibili fossili.
Dico se si dimostrasse, perché purtroppo la scienza è ancora indietro nel calcolare precisamente i flussi di carbonio, e in particolare l'effetto tampone dell'oceano. Senza dubbio l'anidride carbonica nell'atmosfera sta aumentando, che questo però sia dovuto in massima parte all'uomo, è ancora da dimostrare mi sa. Certo, le premesse ci sarebbero tutte...

E sì che la soluzione non sarebbe tanto difficile: non c'è nemmeno bisogno di costruire costosi pannelli solari, quando abbiamo già le piante che sono un sistema di immagazzinamento dell'energia assolutamente autonomo e a basso costo.
Basterebbe ricavare energia bruciando legna tagliata dal bosco (bruciandola con le nuove tecnologie, così inquina meno), e fare in modo da tagliare allo stesso ritmo con cui la foresta cresce: il bilancio di CO2 sarebbe in pari, e in più avremmo bellissime foreste ben curate.
Certo, probabilmente potremmo permetterci di consumare meno energia di quella che i paesi svilupati consumano oggi.
Ma non penso che questo sarebbe, poi, un gran male...


P.S. Questo articolo non ha le pretese di essere scientificamente corretto... Ma se avete notato dei grossi errori, avvertitemi!

martedì 24 marzo 2009

La prima primavera del monte Cassio

La primavera è ufficialmente iniziata con un paio di stupende giornate di sole, ma in pianura i primi fiori sono già sbocciati da un pezzo, così per cogliere il risveglio della vita, questa domenica lo siamo andati a cercare un po' più in alto: monte Cassio, 1022 m.



Qui, quel pasticcio di roccia che sono le Liguridi, una specie di pasta sfoglia fatta di strati di argilla e arenaria, spezzettata e ammonticchiata alla rinfusa sopra l'ossatura degli Appennini, ha prodotto i Salti del Diavolo, uno strato di roccia un po' più dura del solito che si è casualmente trovato in posizione verticale, a mo' di muraglia lungo tutta la val Baganza.

Proprio sopra Cassio, verso la val Taro, si alza dal bosco l'estremità di questa muraglia, la Chiastra di San Benedetto: sulla sua parete sud porta quei lunghi solchi che sarebbero le unghiate che il Diavolo lasciò, dopo essere stato sconfitto - immagino da San Benedetto - e aver attraversato la vallata, saltellando dal dolore, lasciando sotto di sé come segno di quella fuga la lunga fila di guglie di pietra.



Proprio sotto la Chiastra ci siamo imbattuti nell'ingresso di una grossa grotta, orientato giusto in modo che non sia visibile dal sentiero. Che sia una segreta dell'ostello per pellegrini che un tempo sorgeva qui? Che sia la tana di qualche famiglia di cinghiali? Noi non abbiamo ancora indagato.

Ma torniamo al risveglio della primavera.
Gli alberi del bosco sono ancora immersi nel loro sonno invernale: le querce (che non sono riuscito a capire se fossero cerri, o roverelle, o rovere) e i castagni penso dormiranno ancora per un po', i carpini forse stanno cominciando a preparare i loro fiori...


Solo i noccioli sono carichi di pendagli gialli - sempre che siano noccioli, perché quelli sulla cima erano pieni di nocciole, sotto, mentre lungo i versanti di nocciole non ne ho vista nemmeno una: che se le siano mangiate tutte gli scoiattoli?

Le novità più belle da vedere sono però nel sottobosco: le numerose primule sono state facili da riconoscere...

...meno quei fiorellini viola con larghe foglie a tre lobi, che ora so rappresentano la trinità nella cultura popolare: è appunto l'erba trinità, o anemone fegatella (nel linguaggio scientifico, Hepatica nobilis Anemone hepatica).



Più oltre, poco prima della vetta, mi trovo tra i piedi un croco che sbuca dalle foglie secche: sarà il primo, o più probabilmente uno degli ultimi? Già la settimana prima i prati del Tugo di Berceto ne erano stracolmi...



Il giro è stato breve, e siamo tornati a casa con poca fatica, una stecca di cioccolato nello stomaco e una galla di quercia in tasca... E io anche con un mezzo sospetto che non mi sarebbe dispiaciuto fare la tesi con Tomaselli, a riconoscere le piante su e giù per la provincia!